SEGNALAZIONI E NOVITA’

letto 4617 voltepubblicato il 29/01/2018 - 10:12 nel forum Forum generale, in Rete Italiasemplice
Sono state aggiornate, nell’area, le due sezioni relative alla “Legislazione regionale in materia di procedimento amministrativo e di attuazione delle misure di semplificazione della legge Madia” e alla “Rassegna di giurisprudenza amministrativa e costituzionale: scia, conferenza di servizi, autotutela e silenzio assenso”.
Tutti coloro che vogliono contribuire alla raccolta, con riferimenti e documenti, possono scrivere a .
 
Sempre nell’area Servizi – Documentazione, sono disponibili i recapiti dell’Help-Desk, organizzato in collaborazione con le Regioni, l'ANCI e le organizzazioni imprenditoriali. Dalla sua creazione ad oggi l’help-desk ha risposto ad oltre 406 quesiti sui temi conferenza di servizi, SCIA, modulistica.
 
Per quanto riguarda le Aree di lavoro, avremo a breve una riorganizzazione dell’area Modulistica in modo da dare uno spazio autonomo di discussione alle tematiche che hanno riscontrato maggiore interesse (come ad esempio la digitalizzazione ed i problemi connessi).
Ricordo che le Aree di Lavoro sono essenzialmente finalizzate a favorire il confronto per cercare soluzioni, scambiare esperienze, proporre e affrontare le novità e i problemi nuovi che emergono. Quesiti e pareri possono essere inviati direttamente all’Help-Desk.
 

16 commenti

Annalisa Abis

Annalisa Abis07/12/2018 - 14:42

Si segnala la sentenza del TAR Sardegna n. 009717 pubblicata il 13.11.2018 (ricorso n. 731/2017), che affronta il tema della potestà legislativa nazionale e regionale, anche in relazione alle regioni a statuto speciale.

In tale sentenza viene condannato un comune sardo per aver applicato il disposto più restrittivo della legge regionale che, nella fattispecie concreta prevede  limiti più restrittivi alle dimensioni delle medie strutture di vendita rispetto alla normativa nazionale.

Il TAR Sardegna evidenzia “la violazione dell’articolo 4 comma primo lett. e) del decreto legislativo 31 marzo 1998 n. 114, norma da ritenersi prevalente sulla diversa normativa regionale più restrittiva (legge regionale n. 5 18 maggio 2006), in forza delle liberalizzazioni di cui all’articolo 31, comma secondo, e articolo 34 del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito in l. 22 dicembre 2011, n. 214, i giudici interpretano quindi come “implicitamente abrogata la normativa regionale contrastante”.

Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio29/08/2018 - 23:19

Legittima l’ordinanza che liberalizza l’orario e i turni delle attività di acconciatori ed estetisti.

Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio08/08/2018 - 23:57

Segnalo emanazione decreto da parte del MIT che regolarizza la vendita effettuata con motoveicoli a tre ruote e quadricicli ad uso speciale per uso negozio.

 

Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio25/07/2018 - 20:24 (aggiornato 25/07/2018 - 20:24)

Sono state pubblicate  le nuove linee guida per i pagamenti elettronici a favore delle pubbliche amministrazioni e dei gestori di pubblici servizi.

Le linee guida, realizzate da Agid, sono state pubblicate sulla il 3 luglio scorso e costituiscono la normativa di riferimento per i soggetti aderenti alla piattaforma pagoPA.

 

Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio04/07/2018 - 20:10

Il Ministero Sviluppo Economico rende noto che è attiva la piattaforma informatica per l’iscrizione all’anagrafe degli impianti di carburante e, contestualmente, per rendere la dichiarazione prevista all’art. 1, comma 102 della Legge n. 124/2017.

L'adempimento scade il 24 agosto 2018 ed è  requisito fondamentale per la validità del titolo autorizzativo o concessorio.

Allego manuale del MISE

 

Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio03/07/2018 - 22:59

Casi in cui è possibile il superamento del termine di diciotto mesi per annullare il provvedimento amministrativo illegittimo

Annullamento d’ufficio e revoca - Annullamento d’ufficio – Termine – Art. 21 nonies, comma 1, l. n. 241 del 1990 – Diciotto mesi – Deroga – Presupposti.

          L’art. 21 nonies, l. 7 agosto 1990, n. 241 si interpreta nel senso che il superamento del rigido termine di diciotto mesi – entro il quale il provvedimento amministrativo illegittimo provvedimento amministrativo illegittimo  può  essere annullato d'ufficio, sussistendone le ragioni di interesse pubblico, è consentito: a) sia nel caso in cui la falsa attestazione, inerenti i presupposti per il rilascio del provvedimento ampliativo, abbia costituito il frutto di una condotta di falsificazione penalmente rilevante (indipendentemente dal fatto che siano state all’uopo rese dichiarazioni sostitutive): nel qual caso sarà necessario l’accertamento definitivo in sede penale; b) sia nel caso in cui l’(acclarata) erroneità dei ridetti presupposti risulti comunque non imputabile (neanche a titolo di colpa concorrente) all’Amministrazione, ed imputabile, per contro, esclusivamente al dolo (equiparabile, per solito, alla colpa grave e corrispondente, nella specie, alla mala fede oggettiva) della parte: nel qual caso – non essendo parimenti ragionevole pretendere dalla incolpevole Amministrazione il rispetto di una stringente tempistica nella gestione della iniziativa rimotiva – si dovrà esclusivamente far capo al canone di ragionevolezza per apprezzare e gestire la confliggente correlazione tra gli opposti interessi in gioco (1).

(1) Giova premettere che il comma 2 bis dell’art. 21 nonies, l. 7 agosto 1990, n. 241, dispone che “I provvedimenti amministrativi conseguiti sulla base di false rappresentazioni dei fatti o di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell'atto di notorieta' false o mendaci per effetto di condotte costituenti reato, accertate con sentenza passata in giudicato, possono essere annullati dall'amministrazione anche dopo la scadenza del termine di diciotto mesi di cui al comma 1, fatta salva l'applicazione delle sanzioni penali nonche' delle sanzioni previste dal capo VI del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445”.

Ha chiarito la Sezione che l’art. 14, comma 1, l. n. 15 del 2005 ha modificato la previsione dell’art. 21 nonies, comma 1, l. 7 agosto 1990, n. 241 innovando, sul punto, la tradizionale regola che rimetteva alla discrezionalità amministrativa, nel rispetto del (sindacabile) canone di “ragionevolezza”, la concreta gestione del limite temporale nella attivazione dei procedimenti di secondo grado in funzione di riesame, facendone con ciò elemento del complessivo e motivato apprezzamento comparativo degli interessi in gioco, variamente ancorati al conflitto tra la ripristinanda legalità dell’azione amministrativa e la concretezza dei maturati affidamenti dei destinatari del provvedimento assunto contra legem. Ha, quindi, scolpito (peraltro, limitatamente alle determinazioni di matrice lato sensu autorizzatoria e a quelle attributive di “vantaggi economici”, per le quali è, con ogni evidenza, maggiormente sentita la necessità di salvaguardare l’affidamento dei privati beneficiari e più consistente il consolidamento dei riconosciuti e/o conseguiti diritti) l’astratto e generale termine ne ultra quem di diciotto mesi.
L’opzione normativa appare, con ogni chiarezza, ispirata alla logica di una astratta e generale prevalutazione ex lege degli interessi in conflitto: onde – le quante volte il privato abbia visto rimuovere, anche per silentium, un limite all’esercizio di facoltà giuridiche già incluse, nonostante la verifica di compatibilità con l’interesse pubblico, nel proprio patrimonio di libertà od abbia, alternativamente, conseguito vantaggi o ausili finanziari in grado di impegnare pro futuro la programmazione della propria attività economica – alla Amministrazione è concessa bensì la facoltà di rivedere il proprio operato, le quante volte risultasse assunto in violazione del relativo paradigma normativo di riferimento, ma con il limite temporale preclusivo, superato il quale il ripristino della legalità violata è, con insuperabile presunzione, ritenuto suvvalente a fronte delle legittime aspettative private.
Ad avviso della Sezione appare evidente che le aspettative in grado di paralizzare, sotto il profilo in questione, l’azione rimotiva dell’Amministrazione devono palesarsi legittime (giusta, ad un di presso, la logica revisionale delle cc.dd. legimitate expectations, ispirata ad analoghe ragioni di giustizia sostanziale): ciò che non accade nel caso in cui la mancata sussistenza dei presupposti per l’adozione del provvedimento ampliativo della sfera privata prefiguri (non semplicemente un errore, di per sé solo in grado di autorizzare, violata la legge, l’attivazione dell’autotutela, sibbene) un errore imputabile alla parte (e non alla Amministrazione decidente).
Appare del tutto logico, in siffatta situazione – in cui l’Amministrazione sia stata propriamente indotta della misrepresentation dei presupposti necessari al conseguimento del riconosciuto vantaggio – che la parte non possa beneficiare, contra factum proprium, della rigidità del termine imposto all’esercizio dell’autotutela: e ciò in quanto, per l’appunto: a) per un verso, l’affidamento vantato non avrebbe i connotati della meritevolezza di tutela; b) per altro verso, l’immutazione dei dati di realtà sottesi all’azione amministrativa non potrebbe plausibilmente comprimere – di là dal generale e generico limite di complessiva ragionevolezza – i tempi per l’accertamento della verità.

Quanto, poi, all’interpretazione dell’inciso “per effetto di condotte costituenti reato, accertate con sentenza passata in giudicato”, contenuto nel comma 2 bis dell’art. 21 nonies, l. n. 241 del 1990, il dubbio nasce, evidentemente, dal successivo inciso “per effetto di condotte costituenti reato, accertate con sentenza passata in giudicato”.
La questione è se debba sintatticamente agganciarsi esclusivamente al mendacio nelle dichiarazioni sostitutive o se debba essere, comprensivamente, riferito anche alle “false rappresentazioni dei fatti” (le quali, allora – ad optare per siffatta esegesi, strenuamente argomentata e difesa da parte appellante – rileverebbero solo in quanto conseguenti alla commissione di reati, oltretutto definitivamente accertati in forza di giudicato penale).
La Sezione aderisce alla prima linea interpretativa.
Militano in tal senso i seguenti rilievi:
a) sul piano testuale (e, prima ancora, rigorosamente grammaticale e sintattico), il sintagma “per effetto di condotte”, che introduce una causa efficiente e postula, sul piano logico, una predicazione nominale, appare riferibile esclusivamente al predicato (appunto, nominale) “false e mendaci” (con più lungo discorso, reso verisimilmente necessario dalla sottigliezza dell’argomento: il doppio aggettivo, che esprime, per giunta, una endiadi, sottintende di necessità – in quanto seguito da complemento di causa efficiente – un verbo copulativo: come a dire: dichiarazioni [che siano, o risultino o appaiano, et similia] “false e mendaci”, per effetto di determinate condotte causali);
b) se così è (alla luce della postulata correttezza grammaticale dell’enunciato), il predicato è riferibile esclusivamente alle “dichiarazioni sostitutive” (di certificazione o di atto di notorietà), non alle “rappresentazioni” del precedente inciso (che la norma, appunto, postula già “false”, indipendentemente dalla evocata causa di tale falsità): ché – a diversamente opinare – la formula linguistica andrebbe insomma, con scarsa plausibilità ricostruita con riferimento a “false dichiarazioni […] false” (o mendaci);
c) che nella medesima direzione conduce la distinta, per quanto sottile, semantica della “rappresentazione”, a fronte di quella della “dichiarazione”: la prima, come già soggiunto, nominalizza, a differenza della seconda, l’esito di azione propriamente agentiva, che postula un soggetto nel dominio della propria condotta finalizzata: con il che – mentre della “dichiarazione” si rende plausibile e pertinente il riferimento esplicito alle “condotte” causali (qui, qualificate nei sensi della loro concorrente rilevanza de jure poenali) – la “rappresentazione” ingloba, nel suo significato, l’azione consapevole del determinatore;
d) in ogni caso – sul (decisivo ed assorbente) piano teleologico – è del tutto evidente (alla luce delle considerazioni esposte supra, che non vale richiamare) che il legislatore abbia inteso negare legittimità (e meritevolezza di tutela) agli affidamenti frutto di condotte dolose della parte, risultando a tal fine irrilevante la ricorrenza di fatti di reato (il cui richiamo si giustifica in relazione a quelle condotte di falsificazione che – per il mezzo della loro introduzione all’interno del procedimento – sono tipicamente suscettibili di violare disposizioni penali: come dimostrato dalla esplicita salvezza in explicit delle “sanzioni penali nonché delle sanzioni previste dal capo VI del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445”);

e) che tale sia la corretta interpretazione della norma, discende – del resto – dal rilievo che, a sposare l’alternativa proposta esegetica, la erronea rappresentazione dei presupposti per l’adozione del provvedimento risulterebbe fonte di implausibile e valorizzato affidamento anche quanto fosse intenzionale o dolosa: ciò che fa palese l’anfibologia del riferimento alla falsità: la quale allora: e1) in quanto caratterizzi le (dolose) rappresentazioni di parte, evoca la mera “non verità” (o non corrispondenza alla realtà effettuale); e2) in quanto, per contro, si riferisca alle (qualificate) dichiarazioni – non a caso assunte sotto la responsabilizzante egida della sanzione, penale o amministrativa che sia – evoca propriamente il mendacio (che, non a caso, viene utilizzato nella formula legislativa, con il chiarito riferimento alle dichiarazioni sostitutive).

Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio17/06/2018 - 11:01 (aggiornato 17/06/2018 - 11:01)

Licenze ex art.88 per l'esercizio dell'attività di scommesse, di sale giochi con apparecchi videolottery e di sale bingo. Distanze minime da luoghi qualificati come "sensibili".

Il Ministero dell’Interno, con una nuova circolare, risponde ad alcuni quesiti concernenti l'interpretazione della precedente circolare n. 557 /PAS/U/003881/12001(1) emanata dallo stesso dicastero il 19 marzo u.s.., riguardante la materia in oggetto.

I quesiti posti erano i seguenti:

1)            Se la circolare intendesse riferirsi all'apertura in senso fisico di nuovi centri scommesse, sale VLT e sale Bingo ovvero se essa debba essere osservata anche nel caso di istanze presentate da soggetti che intendano subentrare nella titolarità di esercizi già esistenti (ad esempio nei casi di cessione d'azienda o di cambio del legale rappresentante della società);

2)            Se si debba tenere conto delle distanze minime anche in relazione ad autorizzazioni per lo svolgimento dell'attività accessoria di raccolta scommesse presso i e.cl. corner o punti gioco siti all'interno di esercizi quali bar, tabacchi, ecc. ai sensi del d.l. n. 223/2006;

3)            Se si debba tener conto delle citate distanze anche relativamente ai punti raccolta (ex CTD) regolarizzati attraverso le disposizioni di emersione contenute nelle leggi di stabilità per il 2015 legge 23 dicembre 2014 n. 190) e per il 2016 legge 28 dicembre 2015, n. 208).

In riferimento al primo quesito, il Ministero chiarisce che la norma è riferita alle “nuove aperture”, intesa come nuova “predisposizione in senso fisico-materiale, dei locali” e non anche a variazioni della titolarità, del concessionario ecc.

Per il secondo quesito, tutto dipende dalle tipologie di attività e dalle norme regionali di riferimento, e infine, in merito al terzo quesito, il Ministero ritiene che  lo stesso non ricada sotto l'ambito di applicazione della circolare in argomento nella considerazione che riguarda attività già esistenti.

Si allega Circolare del 21 maggio 2018 e la circolare precedente.

Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio14/06/2018 - 21:52

Con Decreto del Direttore Centrale per la Prevenzione e Sicurezza tecnica del Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile, è stata modificata la modulistica di presentazione delle istanze, delle segnalazioni e delle dichiarazioni concernenti i procedimenti di prevenzione incendi.

Il decreto sopra citato è entrato in vigore giorno 11 giugno 2018.

La modulistica è reperibile nel sito istituzionale dei

Si allega il provvedimento (completo dei moduli)

 

Allegato: 
Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio30/05/2018 - 00:25

Dissenso espresso in conferenza di servizi dalle amministrazioni preposte alla tutela di interessi sensibili (in ambito statale)

“In caso di dissenso espresso da un’amministrazione preposta alla tutela di un interesse sensibile, nel novero dei quali si colloca quello paesaggistico, il meccanismo previsto dal 3° comma dell’art. 14-quater della l. n. 241/90 impedisce alla conferenza di servizi di procedere ulteriormente e rende doverosa, ove l’amministrazione procedente intenda perseguire il superamento del dissenso, la rimessione della decisione al Consiglio dei ministri”

Quanto sopra, è quanto deciso dalla Cassazione Civile, con .

Ricordo che nella Regione Siciliana la normativa prevede che l’amministrazione procedente, in caso di dissenso «qualificato», entro dieci giorni rimette la decisione alla Giunta regionale (v. circolare Assessorato Funzione Pubblica, prot. 28106 dell'8/03/2018)

Francesca Zaccagnini

Francesca Zaccagnini11/05/2018 - 16:48

Buonasera,

volevo segnalare questa sentenza del Consiglio di Stato del 7 maggio 2018 n. 2715 che per la prima volta richiama il Glossario Unico approvato con il Dm del 2 marzo 2018. La sentenza anche se richiama il Decreto citato e le modifiche introdotte dal Dlgs 222/2016 al Dpr 380/2001 all’attività edilizia libera, applicandolo ad un intervento realizzato prima della loro entrata in vigore, ha tuttavia svuotato a mio avviso l'importante funzione di tali provvedimenti ossia quella di liberalizzare alcune opere edilizie

Il Collegio, chiamato a giudicare la legittimità o meno di un ordine di demolizione emesso nei confronti di “una copertura con tenda in tessuto sorretta da una struttura principale e secondaria di legno installata sulla terrazza” (opera così descritta dai proprietari ma ritenuta dal Comune abusiva in quanto struttura modificatrice della sagoma dell’edificio e come tale soggetta a permesso) ha accolto il ricorso dei proprietari dell’abitazione, annullando il provvedimento,  ma ha specificato nello stesso tempo che, con riguardo alle tettoie, “non è possibile affermare in assoluto che la tettoia richieda o non richieda il titolo edilizio (…) l’amministrazione ha l’onere di motivare in modo esaustivo, attraverso una corretta e completa istruttoria che rilevi esattamente le opere compiute e spieghi per quale ragione esse superano i limiti entro i quali si può trattare di una copertura realizzabile in regime di edilizia libera”.

In pratica, il Consiglio di Stato non ha preso posizione sulla qualificazione dell'intervento edilizio (che per i ricorrenti era da rincondurre a "pergotenda" cosa diversa dalle tettoie) ma ha fatto tutto un ragionamento relativo alle tettoie confondendolo secondo  me con quello delle pergotende (su cui questa stessa sezione del Consiglio era intervenuta già con la sentenza n. 306/2017 ritenendole opere non soggette a titolo) concludendo che spetta all'amministrazione rilevare esattamente le opere compiute e quindi è necessario valutare caso per caso se possono qualificarsi o meno libere.

A tale conclusione il Consiglio di Stato è giunto con queste argomentazioni:

l’abuso contestato consiste in una tettoia ovvero di un manufatto la cui disciplina, secondo i giudici, non è definita in modo univoco né dalla normativa né dalla giurisprudenza;

per le tettoie rileva in particolare la voce contenuta nell’articolo 6 comma 1 lettera e) quinquies del Dpr 380/2001  (modificato dal Dlgs 222/2016 che ha eliminato per questi interventi la necessità di presentare una CIL) che considera opere di edilizia libera gli “elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici”. Tra essi può rientrare una tettoia genericamente intesa  come copertura comunque realizzata in un’area;

il Dm del 2 marzo 2018 (Glossario unico) ha incluso nella voce n. 50, relativa agli “elementi di arredo delle aree pertinenziali”, le cd. “pergotende”. Secondo i giudici “per comune esperienza, si tratta, di strutture di copertura di terrazzi e lastrici solari, di superficie anche non modesta, formate da montanti ed elementi orizzontali di raccordo e sormontate da una copertura fissa o ripiegabile formata da tessuto o altro materiale impermeabile, che ripara dal sole, ma anche dalla pioggia, aumentando la fruibilità della struttura. Si tratta quindi di un manufatto molto simile alla tettoia, che se ne distingue secondo logica solo per presentare una struttura più leggera;

la voce n. 50 del Glossario deve essere messa a confronto con l’articolo  10, comma 1, lettera a) del Dpr 380/2001 (Tu edilizia) che assoggetta, invece, a permesso di costruire gli “interventi di nuova costruzione” tra cui,  in base ad alcune sentenze, vi ricadrebbero le tettoie di particolari dimensioni e caratteristiche “nel momento in cui difettino i requisiti per le pertinenze e gli interventi precari, ovvero quando si modifica la sagoma dell’edifici” (Cons. Stato n. 12/2018 e n. 694/2017);

ne consegue che non è possibile a priori indentificare se una tettoia sia eseguibile liberamente ma è necessario valutare caso per caso.

Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio28/04/2018 - 09:49 (aggiornato 28/04/2018 - 09:49)

L’introduzione della figura di “rappresentante unico” delle amministrazioni statali, in seno alla conferenza di servizi, in forma simultanea e in modalità sincrona, prevista dal nuovo art. 14 ter, comma 4, della 241/90, ha indotto il Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza, a richiedere, recentemente (a seguito di dubbi interpretativi sollevati anche da parte di altre amministrazioni dello stato), un parere al Consiglio di Stato.

I quesiti posti erano i seguenti:

“1) quale sia l’ambito di applicazione dell’espressione “amministrazioni statali” contenuta nel comma 4 citato;

2) se nella conferenza di servizi indetta da un’amministrazione statale il rappresentante unico rappresenti anche l’amministrazione procedente o solamente le amministrazioni statali diverse da quella procedente;

3) quale sia l’ambito di applicazione dell’istituto della conferenza di servizi e più in particolare del rappresentante unico in relazione ai contenuti dell’art. 29-quater del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152 (codice ambiente);

4) infine, se il rappresentante unico dello Stato, dopo aver reso il proprio parere, possa successivamente modificarlo”.

La risposta del Consiglio di Stato non si è fatta certo attendere, che per l’occasione, ha istituito una commissione speciale.

Per quanto riguarda il primo quesito, secondo la commissione, prevale la tesi secondo la quale: “l’ente pubblico non economico nazionale abbia titolo per essere presente nella conferenza come soggetto a sé stante, quindi con un proprio rappresentante, distinto dal rappresentante unico statale”.

Sul secondo,si propende per la distinzione dei ruoli, per evitare sovrapposizioni e confusioni (pur se non sussiste alcun divieto normativo).

Sul terzo quesito, la Commissione effettua una disamina del  titolo III-bis del 152/06 ed infine, sull’ultimo punto, si esprime positivamente.

Per approfondimenti v. parere

Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio21/04/2018 - 22:36 (aggiornato 21/04/2018 - 22:36)

Segnalo importante sentenza del Consiglio di stato che si è espressa anche sull’ambito di applicazione dell’informativa antimafia, per le attività soggette al rilascio di autorizzazioni, licenze o a s.c.i.a.

Nel caso di specie, era stata revocata dal Comune la licenza di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande a seguito dell’informativa antimafia resa dalla Prefettura.

La società si appellava alla sentenza del TAR, eccependo, tra l’altro, che "l’informativa antimafia non poteva condurre all’inibizione del rilascio di autorizzazioni e licenze e di contributi pubblici".

Il Consiglio di Stato, con , rifacendosi  a un precedente  parere reso (sez. I, 17 novembre 2015, n. 497) e a due precedenti sentenze  (sez. III, 9 febbraio 2017, n. 565 e 8 marzo 2017, n. 1109),  ha chiarito  “che anche le attività soggette al rilascio di autorizzazioni, licenze o a s.c.i.a. soggiacciono alle informative antimafia e che è pertanto superata la rigida bipartizione e la tradizionale alternatività tra comunicazioni antimafia, applicabili alle autorizzazioni, e informazioni antimafia, applicabili ad appalti, concessioni, contributi ed elargizioni”

Marialaura Angeletti

Marialaura Angeletti09/03/2018 - 12:42

Grazie per queste segnalazioni, molto utili.
Stiamo lavorando per aggiornare la sezione , ed in particolare la Rassegna di giurisprudenza amministrativa e costituzionale.

Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio08/03/2018 - 23:11

Segnalo sentenza n. 491 del 21 febbraio 2018 del Tar Calabria, che affronta la questione controversa della formazione del silenzio-assenso nel “permesso di costruire”. Per i giudici  è illegittimo il provvedimento di rigetto. ".....una volta inutilmente decorso il termine per la definizione del procedimento di rilascio del titolo edilizio, pari a 90 o 100 giorni (ossia 60 giorni per la conclusione dell’istruttoria più 30 o, in caso di preavviso di rigetto, 40 giorni per la determinazione finale), senza che sia stato opposto motivato diniego, salvo eventuali sospensioni dovute a modifiche progettuali od interruzioni dovute ad integrazioni documentali, sulla domanda di permesso di costruire deve intendersi formato il titolo abilitativo tacito, ai sensi dell’art. 20, comma 8, T.U. 6 giugno 2001 n. 380"

Francesca Zaccagnini

Francesca Zaccagnini09/03/2018 - 10:06

In merito al tema del silenzio assenso segnalo la sentenza del Tar Piemonte n. 270/2018 pubblicata lo scorso 27 febbraio con la quale è stato affermato che "l’operatività dell’istituto del silenzio-assenso nella materia edilizia deve ritenersi confinata all’ipotesi in cui la richiesta del privato abbia ad oggetto il rilascio di un permesso di costruire “ordinario”, in relazione al quale l’amministrazione si limita a verificare la conformità del progetto edilizio alla normativa di settore e alla strumentazione urbanistica vigente, attraverso un’attività sostanzialmente vincolata nei propri contenuti, avendo l’amministrazione già esaurito la propria discrezionalità in sede pianificatoria, all’atto di redigere lo strumento urbanistico. Per contro, l’istituto del silenzio-assenso di cui all’art. 20 del Testo Unico dell’Edilizia non è applicabile alla diversa fattispecie della richiesta di rilascio di un permesso di costruire “in deroga al vigente PRGC” di cui all’art. 5 comma 9 del D.L. n. 70 del 2011 , dal momento che in tal caso l’amministrazione, lungi dal limitarsi a verificare la mera conformità del progetto edilizio allo strumento urbanistico vigente, è tenuta a valutare, innovativamente e con amplissima discrezionalità, se sussistano i presupposti di interesse pubblico per modificare lo strumento urbanistico vigente; il che, tra l’altro, giustifica e impone l’intervento in seno al procedimento amministrativo dell’organo consiliare, al quale soltanto competono le scelte di carattere pianificatorio e programmatorio in seno all’amministrazione comunale.

Pertanto, nel caso di istanze di privati preordinate al rilascio di un permesso di costruire in deroga allo strumento urbanistico di cui all’art. 5comma 9 del D. L. n. 70 del 2011 (convertito in l. n. 106 del 2011), l’istituto del silenzio-assenso non è applicabile perché, se così non fosse, verrebbe pretermessa la necessaria valutazione degli interessi pubblici coinvolti nella pianificazione urbanistica (in tal senso, su fattispecie analoghe, Cons. Stato, sez. IV, 26 luglio 2017, n. 3680; TAR Pescara, I, 11 dicembre 2017, n. 352).

Né ha pregio l’argomento sviluppato - per la prima volta, peraltro - dalla difesa di parte ricorrente nella memoria conclusiva depositata in prossimità dell’udienza di merito, secondo cui a seguito della L. n. 125 del 2015 (cosiddetta Legge “Madia”) non vi sarebbe più una diretta correlazione tra silenzio-assenso e carattere vincolato dei provvedimenti amministrativi in materia edilizia, dal momento che la novella legislativa avrebbe esteso l’applicabilità dell’istituto a tutti i provvedimenti di carattere tecnico discrezionale, salvo il caso in cui sussistano vincoli a tutela di interessi pubblici sensibili, nel caso di specie insussistenti. L’argomento, osserva il collegio, è infondato dal momento che la novella legislativa di cui alla L. n. 125 del 2015, pur avendo ampliato l’applicabilità dell’istituto della SCIA e del silenzio-assenso in materia edilizia, ha disciplinato unicamente il procedimento generale di rilascio dei titoli edilizi “ordinari”, riferiti a progetti conformi alla strumentazione urbanistica vigente, laddove nel caso dei permessi di costruire “in deroga” alla vigente strumentazione urbanistica l’amministrazione è chiamata a svolgere valutazioni innovative di carattere latamente politico in ordine all’opportunità, o meno, di modificare la pianificazione urbanistica nella prospettiva di razionalizzare il patrimonio edilizio esistente e di riqualificare aree urbane degradate: valutazioni connotate da amplissima discrezionalità e che nessuna norma consente di pretermettere sul solo presupposto del tempo trascorso dalla data di presentazione dell’istanza del privato.

D’altra parte, il parere del consiglio comunale previsto dall’art. 14 del D.P.R. n. 380 del 2011 (norma richiamata dall’art. 5 comma 9 del D.L n. 70del 2011) non è soggetto a termini predeterminati, considerata l’ampiezza delle valutazioni di merito affidate all’organo consiliare, così come non è soggetto a termini predeterminati il procedimento di adozione e di approvazione dello strumento urbanistico generale e delle sue successive varianti.

Sul punto la Sezione ha già avuto modo di pronunciarsi nella sentenza n. 286 del 27 febbraio 2017, osservando che “né l’art. 5 del D.L. n. 70/2011 né l’art. 14 del D.P.R. n. 380/2001 stabiliscono il termine entro cui il consiglio comunale deve provvedere a rendere il parere di sua competenza, il quale costituisce non l’atto conclusivo ma un atto interno, benchè essenziale, del procedimento amministrativo delineato dalle predette due norme (cfr. TAR Piemonte, sez. II, 29 gennaio 2016 n. 91). Considerata la peculiarità e l’oggettiva complessità delle valutazioni demandate al consiglio comunale nella fattispecie procedimentale di cui si discute, valutazioni che assumono un carattere pianificatorio nella misura in cui possono determinare deroghe più o meno estese alla vigente strumentazione urbanistica, ritiene il collegio che non sia ragionevolmente applicabile a tale fase procedimentale né il termine speciale di 90 giorni previsto dal D.P.R. n. 380/2001 per il rilascio del permesso di costruire, né quello residuale di 30 giorni previsto dalla disciplina generale del procedimento amministrativo (art. 2 L. 241/90)”.

In tale contesto, eventuali ritardi o inerzie ingiustificate dell’amministrazione restano azionabili dall’interessato attraverso lo strumento processuale di cui all’art. 117 c.p.a., che consente al giudice di valutare la fattispecie sottoposta al suo esame secondo canoni di equità e di proporzionalità, tenendo conto da un lato della complessità delle valutazioni demandate all’organo consiliare e dall’altro dei doveri di correttezza e di buona amministrazione che incombono sulla parte pubblica, ai sensi dell’art. 97 della Costituzione".

Mario Vincenzo Serio

Mario Vincenzo Serio26/02/2018 - 11:12 (aggiornato 26/02/2018 - 11:12)

La CORTE COSTITUZIONALE, con sentenza 36/18 depositata il 23 febbraio 2018, dichiara inammissibile il ricorso proposto dalla Regione Veneto, avverso l’art. 5, commi 1° e 2°, del regolamento recante norme per la semplificazione e l’accelerazione dei procedimenti amministrativi, a norma dell'art. 4 della legge 7 agosto 2015, n. 124 - Norme per la semplificazione e l'accelerazione di procedimenti amministrativi riguardanti rilevanti insediamenti produttivi, opere di rilevante impatto sul territorio o l'avvio di attività imprenditoriali suscettibili di avere positivi effetti sull'economia o sull'occupazione - Modalità di esercizio del potere sostitutivo in caso di inutile decorso del termine per la conclusione dei procedimenti.

Secondo la ricorrente, "pur in presenza di competenze regionali, si assisterebbe, all’avocazione, priva di «ogni giustificazione», di un potere amministrativo «locale» da parte di un organo statale. Mancherebbe, inoltre, ogni forma di «coordinamento interistituzionale», in contrasto con la legge di delegificazione, in particolare con l’art. 4 della legge 7 agosto 2015, n. 124 (Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche), il quale richiede idonee forme di raccordo per la definizione dei poteri sostitutivi, per i procedimenti in cui siano coinvolte amministrazioni delle Regioni e degli enti locali".

Di diverso avviso è la Suprema Corte, che ritiene infondata la questione, supportata anche dalla stessa Avvocatura generale dello Stato, che ha eccepito l’inammissibilità del ricorso per carenza di interesse. Inoltre, le norme impugnate stabilirebbero un "Potere sostitutivo Statale" , che verrebbe attivato "solo eventualmente", nel rispetto delle attribuzioni regionali.